L’aria che tira a Buenos Aires

L’aria che tira a Buenos Aires

In una nuova grave crisi economica, che ha richiesto l’intervento dell’Fmi e un nuovo ingente prestito, il peso è crollato. Pane, benzina, affitti, sono raddoppiati, la carne è un lusso. Gli argentini scendono in piazza e si domandano: finirà come il 2001?

«In psicoanalisi la chiamiamo coazione a ripetere: è come se l’Argentina, ogni dieci anni, non potesse fare a meno di cacciarsi in un guaio finanziario senza rendersi conto che sta ripetendo vecchie esperienze. E così cambia la politica economica, cambiano i governi. Ma il finale è sempre quello». Juan Eduardo Tesone, 68 anni, da 30 analista freudiano della Asociaciòn Psicoanalitica Argentina, parla del suo Paese come di un paziente «con tante resistenze». A Buenos Aires c’è il record mondiale di uno psicoanalista ogni cento abitanti e le sedute le passa la mutua. Persino Papa Bergoglio, nato nel popolare barrio Flores, ha ammesso di essere stato sul lettino in gioventù. Normale, constata Tesone, «per un popolo dal passato così accidentato e dal futuro così incerto. Molti sono figli o nipoti di immigrati, e hanno un’incertezza endemica sulle proprie radici. Solo trent’anni fa si è chiusa una dittatura militare che ha sfasciato legami e famiglie e fatto sparire trentamila persone. Ogni dieci anni perdono tutto perché l’economia si rovescia. Sarebbe strano che non ci venissero, dall’analista».

Nelle ultime settimane il peso argentino è crollato all’esatta metà di un anno prima: oggi 38,4 pesos fanno un dollaro, un anno fa ne bastavano 17, cinque anni fa 5,7. In un Paese dove tutti guadagnano in pesos ma risparmiano in dollari (il peso, causa instabilità politica, è considerato inaffidabile) è una tragedia: gli stipendi valgono la metà, gli affitti sono raddoppiati, nell’ultimo mese l’86% della popolazione dice di non arrivare a fine mese. Se ne parla in tv, se ne parla per strada, se ne parla dunque anche in terapia. «Credo che in nessun altro posto uno psicoanalista senta regolarmente i pazienti discettare di quotazioni del dollaro», sorride Tesone. «Qui è così. Una crisi dopo l’altra e siamo sempre più o meno in piedi, è vero, ma non è consolante. Che vita avrà mio figlio?» La risposta spero non sia nel racconto del tassista che mi preleva dalla sede dell’Asociaciòn, tra i viali ultraborghesi di Recoleta e Retiro: un venezuelano, «emigrato a sessant’anni, perché nel mio Paese si muore di fame. Il figlio di un vicino è morto d’influenza a 8 anni: non c’erano medicine. Uno si chiede: fino a che punto può fare danni un governo che non sa che pesci pigliare? La risposta è il Venezuela».

La stessa sensazione, mi pare, è diffusa fra gli argentini. L’Argentina viene da decenni di crisi economiche cicliche, la più grave delle quali fu il default del 2001; ma il crollo odierno del peso, per gli economisti, è conseguenza della politica monetaria del governo Macri. Cristina Kirchner – presidenta dal 2007 al 2015, e per i sostenitori solo Cristina, come Eva Peròn fu solo Evita – aveva imposto stretti limiti all’acquisto di valute straniere per controllare le variazioni del cambio peso-dollaro. Appena insediato, il governo Macri li ha aboliti e ha permesso il Blanqueo: la “ripulitura” dei dollari acquisiti in nero. Risultato: corsa a comprare il dollaro, svalutazione del peso, e uno spavento collettivo che ha accelerato entrambi i processi. L’Istituto centrale di statistica stima che gli argentini possiedano in cassette di sicurezza, investimenti o conti all’estero per circa 244 milioni di dollari. È quasi la metà del Pil.

Dollari o pesos, i denari non sono certo molti nelle tasche dei manifestanti che stamattina, nella luce di settembre che annuncia la primavera australe, affollano la centrale Avenida de Mayo di fronte a un cordone di poliziotti. Sullo sfondo l’icona nazionalpopolare di Evita, enorme, scolpita in cavi d’acciaio sulla facciata razionalista del Ministerio de Obras Pùblicas: sembra un nume tutelare della protesta. In corteo, oggi – ma starò a Buenos Aires una settimana, e assisterò a sedici manifestazioni e a uno sciopero generale – c’è il Polo operaio. Manifestano contro l’adjuste, la manovra di austerità prevista dal governo Macri al Fondo Monetario Internazionale. L’Fmi presterà all’Argentina 50 miliardi di dollari per tamponare la crisi; in cambio l’Argentina deve arrivare a deficit zero nel 2019. Come? «Tagliando sulla gente», recita un cartellone. Il Polo Obrero, però, protesta per l’aumento dei prezzi di luce, benzina, pane. Ogni spezzone uno striscione, ogni striscione ha il nome di un quartiere fra i più scalcinati della capitale, come Flores e Riachuelo e poi le venticinque villas, i quartieri di baracche che altrove si chiamano favelas. Villa 31, Villa 1-11-14, Villa Soldati, Piletones; aree dove la mortalità infantile è alta, lo stipendio medio è un quinto di quello di un abitante del centro e la povertà non è una questione recente. «Ma la crisi l’ha resa insopportabile», ringhia Maria Tango, alla testa del corteo: ha 28 anni, è bidella, «e il mio lavoro è una fortuna perché li vede questi che marciano? Quasi tutti non ce l’hanno». Dietro di lei una distesa di volti stanchi, precocemente sdentati, bambini in braccio, pance gonfie. Ali, 37 anni, e sua moglie Jaqui, 35, hanno in braccio Isaì, un anno. Di lavoro cartonean: raccolgono in strada materiali riciclabili, come cartone, lattine, sacchetti, e li rivendono. «In due facciamo, se lavoriamo quattordici ore al giorno e tutto va liscio, settemila pesos al mese». Fa 160 euro. «Compriamo solo riso, zucchero e pollo. Tutto è raddoppiato». Il pane a 90 pesos al chilo, stamattina, era l’apertura del tg.

La polizia ha già tirato lacrimogeni, il corteo però non si è disperso, ci va ben altro: nel 2001, su questa stessa via, più di un manifestante è stato ucciso dai proiettili della polizia, e i marciapiedi sono punteggiati di piastrelle commemorative. Tornerà il 2001? La gente tornerà disperata in strada, studenti e operai come in un sogno socialista, e con loro medici, impiegati, imprenditori, insegnanti? È una domanda che sembrano farsi tutti: Estéban Godano, 55 anni, edicolante della via, spera che sì, in piazza scendano di nuovo tutti insieme. «Anche se mi sfasciassero l’edicola, come è successo nel 2001. Il motto allora era: piquete y cacerola, la lucha es una sola. Cioè il piquete, la protesta delle classi basse, era la stessa lotta dei cacerolazos, i cortei dei borghesi che sbattevano pentole e coperchi perché il governo aveva congelato loro i conti. La borghesia, si sa, protesta solo se le tocchi il portafoglio». E oggi lo farà?

L’Argentina è il Paese con meno disuguaglianze dell’America Latina; la classe media, grande assente in molti di quelli che un tempo si chiamavano «Paesi in via di sviluppo», rappresenta qui i due terzi della popolazione (in Messico, per esempio, è il 23%), ed è il ceto più minacciato dal dissesto economico dell’era Macri. I tagli che l’adjuste prevede toccheranno ad esempio l’università, pubblica, libera e gratuita. Negli ultimi trent’anni, il governo ne ha finanziate trenta in tutto il Paese, periferie e aree povere comprese, perché fungessero da ascensore sociale: non a caso il 50% degli studenti lavora e il 20% ha figli. Da agosto, tutto il personale delle università è in sciopero e le lezioni sono cessate. Il pomeriggio seguente incontro professori e studenti a un’assemblea al Parque del Centenario. «Organizzare la rabbia» è lo slogan, e se sotto i platani del parco siamo appena un migliaio di persone, «queste assemblee spontanee non si verificavano dal 2001, ed è di qui che allora è partito tutto», mi spiega Miguel Orsi, maestro elementare, mentre dal palco le attiviste per l’aborto libero (ad agosto il Senato ne ha respinto la legalizzazione) parlano di feminizaciòn della politica ricordando che «le donne non fanno debiti».

Il quartiere simbolo della classe media, mi spiega il fotografo porteño Daniel Jayo, autore delle foto di queste pagine, è Caballito, a sud-ovest del centro: lontano dai locali foodie di Palermo e dai condomini di lusso di Avenida del Libertador, è un barrio di palazzi costruiti almeno cinquant’anni fa, mercati rionali, cartolerie e mercerie. Nel chiosco della fiorista Mirta Torres dieci rose costano 300 pesos, sei euro; «ma non sono indispensabili alla gente e presto penso che chiuderemo» si lamenta lei, che vive con i genitori, una zia e un figlio, «e se Macri fa l’adjuste le pensioni dei vecchi che fine fanno?». Il macellaio Nucho si definisce in vetrina “il re delle mollejas”, le animelle, prelibatezza il cui prezzo ora è proibitivo. «Il consumo di carne», spiega, «è sceso in un mese del 40%». Una parola campeggia in ogni vetrina: cuotas. Cioè rate. Si vendono a rate telefoni, cappotti, vestiti in saldo, perfino mutande e reggiseni, perfino i libri. «Se costa più di 200 pesos (4,5 euro circa, ndr) si può rateizzare», mi spiega una merciaia di Avenida Rivadavia. «In Italia no?» No, in Italia non compriamo le mutande a rate. Non ancora. Qui invece «Cristina ha lanciato nel 2012 un piano di stimoli al consumo in cui lo Stato si faceva garante delle cuotas. Ha funzionato: lo fanno tutti».

Altra stranezza commerciale: i libri, anche vecchi, non hanno il prezzo stampato. Alla caotica Libreria Avila, in centro, che si dice «la più antica al mondo», ci sono volumi anche di cent’anni fa; il prezzo lo stabilisce il grigio libraio, dopo averli scrutati per qualche secondo, e mi spiega che «i prezzi non si stampano, perché con questa instabilità cambiano sempre». Oggi l’edizione 1954 dell’Aleph, dell’indigeno Jorge Luis Borges, costa 1.100 pesos, 25 euro; una settimana fa, dice, ne sarebbe costati 800. È una raccolta di racconti, e l’undicesimo, intitolato Lo Zahir, parla di una moneta da venti centesimi dal potere magico di ossessionare chi la vede. «Nulla è meno materiale del denaro», è scritto nel racconto, che pare una profezia; «qualsiasi moneta è, a rigore, un repertorio di futuri possibili». Nel racconto, la moneta indimenticabile compare in un pomeriggio di giugno dei primi anni Trenta: erano gli anni in cui Buenos Aires era ricca, e fiorivano caffè come l’elegante covo di scrittori Tortonì, il cimitero liberty della Recoleta, palazzi come il bellissimo grattacielo Kavanagh, cioè i luoghi a cui la città deve gran parte del suo fascino, della sua leggenda. Gli anni ricchi di un popolo sono come la moneta del racconto di Borges: indimenticabili. Oggi, novant’anni dopo, lo Zahir varrebbe cinque millesimi di dollaro. Cioè niente.

 

 

 

Para Macri, el camino es decir la verdad, con transparencia, trabajo en equipo y “abriendo las puertas de Argentina al mundo”.

“Tenemos muchas cosas para aportar al mundo. Los argentinos podemos ser muy buenos cuando nos los proponemos”, argumentó.

La actualidad del país está marcada por la fuerte inestabilidad cambiaria que, sumada a otros factores como la sequía que afectó al campo a principios de año, desencadenó fuertes desequilibrios económicos que han llevado al país a entrar en recesión y acudir al Fondo Monetario Internacional para pedir un millonario crédito.

“Claro que cuesta y falta, y nos está costando mucho y estamos todos poniendo el hombro, y lo sé mas que nadie porque vivo caminando el país y hablando con ustedes”, expresó Macri.

“Este es el camino, es un equipo que no es perfecto. La perfección no existe, pero lo que nadie puede dudar es que es un equipo con buenas intenciones, honestidad, un eje profundo en el hacer, porque las palabras se las lleva el viento y estas obras que estamos haciendo que transforman la realidad de los argentinos no”, sentenció.

Al comienzo de su Gobierno, en diciembre de 2015 y tras 12 años de mandatos kirchneristas, Macri remarcó que tenía “el mejor equipo de los últimos 50 años”, una afirmación muy criticada hasta hoy por diversos opositores que cuestionan la política llevada a cabo por el oficialismo para enfrentar los problemas del país.

El mandatario remarcó este jueves que se está demostrando que las obras ahora se hacen “respetando las fechas” de inicio y final “y sin que nadie se lleve un mango (peso) que no le corresponde”, en clara referencia a los escándalos de corrupción que afectan a altos cargos del kirchnerismo.

“También es demostrar que los argentinos somos mejor de lo que hemos hecho durante décadas”, matizó.

“Queremos ser felices. Queremos que realmente la sociedad se base en el dar, el amor, el compartir, porque hacer estas obras”, concluyó.

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