Il futuro dell’America Latina non sarà migliore del passato

Il futuro dell’America Latina non sarà migliore del passato

Difficoltà politico-economiche e rabbia crescente tra la popolazione sono diventati ormai tratti comuni a tutte le nazioni, dall’Argentina al Venezuela

Negli ultimi mesi, guardando all’America Latina, l’attenzione degli analisti e dei media si è concentrata sulla crisi politica e sulla catastrofe economica del Venezuela, e a ragione. Ecco un Paese dove il partito di governo, che in passato ha vinto democraticamente le elezioni, non ha esitato a spogliare il parlamento di ogni potere in reazione alla vittoria delle opposizioni, ha riempito la magistratura di politici asserviti al regime e ha messo a tacere pressoché ogni genere di mezzo di comunicazione indipendente. I gruppi di opposizione possono esercitare pressione sul governo solo scendendo nelle strade. La violenza politica ha fatto centinaia di vittime. Un’economia fortemente dipendente dalle esportazioni di petrolio, oggi sempre più incerte, drogata da espedienti e scappatoie improvvisate nel corso di molti anni, ha causato penuria dei beni di prima necessità, tra cui cibo e acqua. Migliaia di rifugiati si sono riversati nei Paesi confinanti. Voci di un colpo di Stato fallito a maggio, che avrebbe coinvolto ufficiali provenienti da tutti e quattro i rami delle forze armate venezuelane, non hanno suscitato alcuna sorpresa.

Eppure, sebbene le problematiche che altri grandi Paesi nella regione si ritrovano ad affrontare non siano altrettanto gravi come in Venezuela, appare chiaro che l’inasprirsi delle difficoltà politiche ed economiche e la rabbia crescente tra la popolazione sono ormai diventati tratti comuni a tutte le nazioni, da un capo all’altro dell’America Latina.

In Argentina, Mauricio Macri è stato eletto presidente nel 2015 con la promessa di profonde riforme economiche capaci di riaprire l’economia del Paese agli investimenti esteri e di rimettere in moto la crescita, dopo anni di elevata inflazione e isolamento finanziario. All’inizio, Macri ha avviato graduali modifiche all’economia argentina, ma questo non è bastato per recuperare la fiducia degli investitori. Quest’anno, la svalutazione del peso è iniziata ad aprile, quando l’aumento dei rendimenti dei titoli del Tesoro statunitense ha innescato la svendita nei mercati emergenti, costringendo Macri a chiedere aiuto al Fondo monetario internazionale. L’inflazione ha fatto un balzo in avanti. Il Fondo monetario internazionale concederà a Macri una qualche copertura politica per consentirgli di attuare le riforme economiche che provocheranno nuove sofferenze alla popolazione. Per questo è probabile che pagherà un prezzo assai caro, poiché gli argentini lo hanno eletto proprio per liberare il Paese dalle incessanti richieste dei creditori. Macri si ritroverà ad affrontare nuove proteste e un’opposizione più agguerrita. Si prevede che le elezioni nazionali del prossimo anno saranno ferocemente combattute.

I crescenti problemi del Messico sono culminati in un’elezione epocale e una vittoria schiacciante per Andres Manuel Lopez Obrador, il primo presidente «di sinistra» eletto a capo del governo dagli anni Trenta a oggi. È stata una vittoria che covava da molti anni. Gli scandali per la corruzione pubblica sono finiti ripetutamente sulla stampa, tra cui anche i sospetti che hanno coinvolto la famiglia del presidente uscente Enrique Peña Nieto. Il tasso di omicidi ha fatto registrare record inauditi in tutto il Paese e oggi si riscontrano episodi di violenza per mano di gang criminali anche in regioni dove questa forma di criminalità era sconosciuta. Le gang di narcotrafficanti, armate fino ai denti, si sono fatte strada con la corruzione e la violenza fino a controllare città intere in alcune regioni del Paese e i politici le sfidano a loro rischio e pericolo. Durante la campagna elettorale di quest’anno, sono stati assassinati circa 130 politici.

Per non parlare poi del confinante scomodo più a nord. Donald Trump ha cominciato con l’inimicarsi il Messico sin dal suo primo discorso durante la campagna presidenziale nel 2015. Il suo atteggiamento aggressivo è proseguito, ovviamente, con la rinegoziazione forzata degli accordi di libero scambio commerciale del Nord America (il cosiddetto Nafta) con Messico e Canada. Non appena si è capito che il Messico ben presto avrebbe avuto un nuovo presidente, affiancato da un nuovo atteggiamento, assai più scettico, della popolazione verso il Nafta, Trump ha dichiarato che i colloqui sugli accordi proseguiranno anche nel 2019. Messico e Canada, sicuri che il partito e la base elettorale di Trump vogliono conservare integri gli accordi, non cedono alle pressioni del presidente americano. Ci saranno molte incertezze durante il periodo di cinque mesi prima che Lopez Obrador assuma le sue nuove funzioni, e molte altre ancora non appena comincerà a modificare la linea politica del Messico.

Infine, non dimentichiamo le elezioni previste per ottobre in Brasile, un Paese che ha dovuto affrontare il peggiore scandalo di corruzione e il più dannoso rallentamento economico da decenni. Le riforme che avrebbero sanato l’economia brasiliana nel lungo periodo, riducendo la spesa pubblica, non hanno compiuto molti passi avanti. Un recente sciopero nazionale dei camionisti ha paralizzato il Paese e costretto il governo a rinunciare all’idea di aumentare il prezzo della benzina di pari passo con l’aumento del greggio. La violenza criminale ha costretto il governo ad affidare all’esercito il controllo di vaste zone di Rio de Janeiro. I due principali candidati presidenziali sono un ex presidente oggi in carcere con l’accusa di corruzione (Luiz Inacio Lula da Silva) e un senatore di destra, ex capitano dell’esercito, il quale ha espresso la sua predilezione per i governi militari e i metodi brutali della polizia (Jair Bolsonaro). Un sondaggio effettuato a giugno ha rivelato che il 62% dei brasiliani, di età compresa tra i 16 e i 24 anni, è pronto a lasciare il Paese alla prima occasione.

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