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Così il ciclone Trump sconvolge l’equilibrio mondiale dei commerci

Così il ciclone Trump sconvolge l’equilibrio mondiale dei commerci

Il presidente Usa pensa al proprio bacino elettorale in ottica sovranista incurante delle conseguenze sui rapporti con gli altri Paesi, partner compresi. Apre e chiude nuovi fronti convinto che gli organismi sovrannazionali non servono. Ora nel mirino l’import di auto tedesche: troppe Mercedes sulle strade.

L’ordine mondiale come lo conoscevamo dal termine della Guerra fredda è finito, o sta finendo. L’interpretazione più ottimistica dei dazi imposti un po’ ovunque dall’amministrazione Trump è che sia una tattica temporanea, usata per strappare concessioni. I pessimisti però temono una rivoluzione epocale, che minaccia di destabilizzare il globo, e ormai sono in maggioranza.

Durante la campagna elettorale Trump aveva annunciato questa linea, per almeno tre ragioni; primo, la sincera convinzione che gli Usa siano penalizzati dalle condizioni attuali dei commerci mondiali; secondo, l’esigenza di politica interna di dare risposte al disagio dei lavoratori in alcuni stati chiave per le elezioni, come Ohio, Michigan, Pennsylvania, Wisconsin, Iowa; terzo, la volontà di affermare la dottrina sovranista, ostile alle organizzazioni multilaterali tipo Wto, Ue, Onu, e per certi versi la stessa Nato. Questo non solo per ragioni ideologiche, ma anche perché Trump è convinto che gli Usa siano più forti se trattano con i singoli stati, invece che con istituzioni più ampie. Anche Obama, per la verità, aveva criticato gli alleati «free riders» che approfittavano della generosità america, nell’Alleanza Atlantica e fuori, e non era riuscito a concludere l’accordo commerciale Ttip con l’Europa. Trump però è passato all’azione. Prima, uscendo dall’accordo di Parigi sul clima e da quello nucleare con l’Iran, e ora imponendo sanzioni contro tutti: la Cina e la Russia, che nella sua nuova strategia per la sicurezza nazionale sono descritte come «potenze revisioniste» decise a mettere in crisi la supremazia americana, ma anche alleati stretti e democratici come i membri di Nato e Ue, e poi Giappone, Corea del Sud, Australia, Brasile, Messico.

Tattica o rivoluzione  

I più ottimisti, come il Chief Economist di Moody’s Analytics Mark Zandi, sperano che sia solo una tattica: «L’amministrazione ha una visione molto mercantilistica, e usa la minaccia dei dazi per ottenere vantaggi. Quando li incassa, torna sui propri passi». Questo potrebbe essere vero nel caso di paesi come Argentina, Brasile, Corea del Sud e Australia, che hanno accettato quote volontarie per le esportazioni di acciaio e alluminio, allo scopo di essere esentati dalle tariffe. Finora però non ha funzionato con gli altri, producendo i primi provvedimenti concreti di potenziali guerre commerciali, e la sostanziale demolizione della Wto, che proprio gli Usa avevano inventato per creare un nuovo ordine condiviso nei commerci globali.

L’elemento politico che irrita di più gli alleati, oltre alle conseguenze pratiche, è che per giustificare i dazi si usa una legge approvata durante la Guerra fredda per tutelare la sicurezza nazionale. Ma se davvero le pratiche di Germania, Francia, Gran Bretagna, Giappone e Canada minacciano la sicurezza degli Usa, cosa resta delle alleanze che hanno consentito proprio agli Usa di vincere la Guerra fredda e restare unica superpotenza al mondo? 

Le auto tedesche  

L’artefice di questa linea è soprattutto il consigliere per i commerci Lighthizer, che aveva condotto una battaglia simile contro il Giappone quando era nell’amministrazione Reagan. L’economista della Johns Hopkins, Steve Hanke, parte di quell’amministrazione ma sulla barricata opposta, pensa che fosse un’idea sbagliata allora, come oggi: «Primo, dare tutto questo peso al deficit commerciale non ha senso economico, perché le cause sono altre e gli effetti non sono così devastanti. Secondo, se i consumatori vogliono comprare le Mercedes invece delle Gm, cosa fai?». L’idea di Trump, anticipata al presidente francese Macron secondo il giornale WirtschaftsWoche, sarebbe di bandire le auto tedesche. «Ma così ci facciamo tutti male», chiosa Hanke. Il centro studi Trade Partnership stima che i dazi su acciaio e alluminio faranno perdere 470.000 posti di lavoro americani, anche considerando quelli recuperati in queste due industrie, e senza contare le ritorsioni dei paesi colpiti. Infatti i fratelli Koch, grandi finanziatori repubblicani, hanno criticato la decisione di Trump dicendo che «il protezionismo ha sempre danneggiato tutti». 

La linea del presidente ignora del tutto la forza del «soft power». Ad esempio accusa la Germania di doverle oltre 370 miliardi di dollari per i conti non pagati alla Nato, e rimprovera ai predecessori di essere stati stupidi. Ma hanno agito così perché erano fessi, oppure per un’intelligente generosità, che gli Usa potevano permettersi e conveniva ai loro interessi? Ammesso che Trump abbia ragione sui numeri, valgono di più i 370 miliardi regalati alla Germania nell’arco di oltre mezzo secolo (cioè meno del 2% del pil annuale da 20 trilioni di dollari), oppure i vantaggi economici e politici che Washington ha ricavato dalla stretta alleanza con Berlino? Questo intero ordine mondiale ora traballa, e verrà discusso la settimana prossima al G7 in Canada. Ma intanto il presidente di J.P. Morgan, Jacob Frankel, avverte: «Le guerre commerciali si sa come cominciano, ma non come finiscono. Il protezionismo è un rischio enorme per tutti»

 

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