Coronavirus, Conte: «Bar, negozi e ristoranti chiusi in tutta Italia. Garantiti i trasporti, tra due settimane vedremo gli effetti»

Coronavirus, Conte: «Bar, negozi e ristoranti chiusi in tutta Italia. Garantiti i trasporti, tra due settimane vedremo gli effetti»

18:59 - Restano aperti tabaccai ed edicole. Il premier: «La regola madre rimane la stessa: dobbiamo limitare gli spostamenti, per motivi di necessità o per fare la spesa».

L’Italia è stata blindata. Dopo la richiesta arrivata dalla Lombardia, il governo decide che tutta la penisola sarà “zona rossa” per contenere l’epidemia di coronavirus (qui i dati aggiornati all’11 marzo: 12.462 casi e 827 morti). Chiudono tutti negozi, i bar e i ristoranti. Saranno limitati gli spostamenti delle persone alle esigenze davvero indispensabili come la spesa e i farmaci. Le misure saranno in vigore dal 12 marzo al 25 marzo.

«Ho fatto un patto con la mia coscienza: al primo posto c’è la salute degli italiani. Solo pochi giorni fa vi ho chiesto di cambiare le vostre abitudini di vita, di rimanere in casa. Ero consapevole che si trattava di un primo passo, e che non sarebbe stato l’ultimo. È ora di compiere un passo in più», ha esordito il premier Giuseppe Conte. Ha aggiunto: «A breve nominerò anche un commissario straordinario, con ampi poteri di deroga, che potrà potenziare la produzione di beni che occorrono. Il commissario (Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia, ndr) si coordinerà con il dottor Borrelli e con la struttura della Protezione civile, cui va il mio ringraziamento». «Se saremo tutti a rispettare queste regole usciremo in fretta da questa emergenza, il Paese ha bisogno della responsabilità di ciascuno di noi. Siamo parte di una medesima comunità: ognuno si giova dei proprie e degli altrui sacrifici. Siamo una comunità di individui. Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci tutti poi. Tutti insieme ce la faremo», ha concluso.

Che cosa chiude?

Sono sospese – secondo quanto riferito dal presidente del Consiglio – le attività commerciali al dettaglio, fatta eccezione per le attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità.
Chiusi i mercati su strada.
Chiusi i bar, i pub, i ristoranti.
E i servizi di mensa che non garantiscono la distanza interpersonale di un metro. Restano chiusi i reparti aziendali non indispensabili per la produzione: le industrie e fabbriche potranno continuare a svolgere le proprie attività produttive a condizione che assumano misure di sicurezza adeguate ad evitare il contagio. Si incentiva la regolazione di turni di lavoro, ferie anticipate, chiusura dei reparti non indispensabili.
Restano chiusi fino al 3 aprile – come da precedente decreto – musei, cinema, teatri, scuole e università.

Che cosa resta aperto?

Le attività commerciali legate alla vendita di generi alimentari e di prima necessità, le farmacie, le parafarmacie, le edicole, i tabaccai: tutti devono far rispettare la distanza di sicurezza interpersonale di un metro.
Resta consentita la ristorazione con consegna a domicilio, nel rispetto di norme igienico sanitarie molto precise.
Restano aperti i ristoranti nelle aree di servizio stradali e autostradali e nelle stazioni ferroviarie, negli aeroporti e negli ospedali.
I servizi bancari, finanziari, assicurativi.
Le pompe di benzina, gli idraulici, i meccanici e gli artigiani.
L’attività del settore agricolo, zootecnico e di trasformazione agroalientare.
Industrie e fabbriche – ha detto il presidente del Consiglio - continueranno le proprie attività a condizione che proteggano i lavoratori con protocolli di sicurezza speciali.
Restano aperte le attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità sia nell’ambito degli esercizi commerciali di vicinato – insomma: il panettiere, la latteria, il macellaio – sia nell’ambito della media e grande distribuzione, anche all’interno dei centri commerciali (che però devono chiudere tutte le altre attività, a parte queste).

Cosa cambia?

Il funzionamento dei mezzi di trasporto pubblico, che potranno adattare il numero di corse per garantire solo i servizi minimi essenziali.

La regola madre

Il premier ha spiegato che «la regola madre rimane la stessa: dobbiamo limitare gli spostamenti», limitandoli a «motivi di necessità, emergenza, o per fare la spesa». L’effetto di questo «grande sforzo», ha detto Conte, «lo potremo vedere tra un paio di settimane. Non bisogna pensare che già domani, nei prossimi giorni, potremo misurare l’impatto di queste misure. Se saremo tutti a rispettare queste regole usciremo in fretta da questa emergenza: il Paese ha bisogno della responsabilità di ciascuno di noi. Siamo parte di una medesima comunità: ognuno si giova dei proprie e degli altrui sacrifici. Siamo una comunità di individui. Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci tutti poi. Tutti insieme ce la faremo».

Il retroscena

Per ore Palazzo Chigi ha lavorato a un decreto ad hoc per la sola Lombardia, che da giorni, spaventata per l’aumento esponenziale dei contagi e dei morti, invocava di «chiudere tutto». Ma poi al vertice del governo hanno prevalso le tesi del ministro Francesco Boccia (che ha spinto per varare norme omogenee, valide per tutto il territorio nazionale) e il pressing di Roberto Speranza. Il responsabile della Salute da giorni insiste sulla linea dura e l’asse con il presidente lombardo Attilio Fontana è stato fondamentale per convincere Giuseppe Conte ad assumersi il peso di una decisione forte e grave. «Speranza è quello meno timido, il ministro di Leu ha capito tutto», ha confidato ai collaboratori il governatore leghista. Il Pd, che contestava «misure a macchia di leopardo», è d’accordo. Il M5S, che aveva spinto per respingere la prima versione della lettera di Fontana a Conte, perché «debole, vaga e incompleta», sostiene la decisione del governo. E Matteo Renzi non può che gioire visto che da giorni, in asse con Matteo Salvini, chiedeva al premier il coraggio di un altro, energico giro di chiave. Nella lettera trasmessa dalla Regione Lombardia al presidente Giuseppe Conte che aveva sollecitato una richiesta dettagliata erano state elencate le attività da chiudere. In particolare. «Tutte le attività commerciali al dettaglio, ad eccezione di quelle relative ai servizi di pubblica utilità, ai servizi pubblici essenziali, alla vendita di beni di prima necessità e alle edicole; tutti i centri commerciali, gli esercizi commerciali presenti al loro interno e dei reparti di vendita di beni non di prima necessità; i mercati sia su strada che al coperto e le medie e grandi strutture di vendita; bar, pub, ristoranti di ogni genere; attività artigianali di servizio (es. parrucchieri, estetisti, ecc..) ad eccezione dei servizi emergenziali e di urgenza; tutti gli alberghi e di ogni altra attività destinata alla ricezione (es. ostelli, agriturismi, ecc..) ad eccezione di quelle individuate come necessarie ai fini dell’espletamento delle attività di servizio pubblico; sospensione di tutti i servizi mensa sia nelle strutture pubbliche che private; chiusura di tutti i servizi terziari e professionali, ad eccezione di quelli legati alla pubblica utilità».

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